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| Storia |
| Come altre regioni alla periferia dell’impero russo, durante la rivoluzione bolscevica il granducato di Finlandia affermò la sua indipendenza. Indipendenza che – come nelle altre regioni – significava anche ostilità nei confronti del potere centrale, controllato ora dai bolscevichi. Ma a differenza che nelle altre repubbliche periferiche, in Finlandia i bianchi riuscirono a resistere e scacciare le forze rosse, al termine di una sanguinosa guerra civile. Nel 1939, forte della recente alleanza con la Germania, il gigante sovietico invase la Finlandia, e dopo una breve ma feroce guerra la costrinse a pesanti concessioni territoriali. Dopo la Seconda Guerra Mondiale il piccolo paese scandinavo, continuamente minacciato e sottoposto all’occhiuta supervisione dell’Unione Sovietica, si trovò in una situazione estremamente delicata, in cui qualunque decisione di politica interna od estera doveva essere valutata alla luce della possibile reazione del suo vicino. Malgrado tali limitazioni, la Finlandia riuscì con successo a difendere i suoi principi democratici e la sua indipendenza. Durante la Guerra fredda il paese, confinante con il minaccioso e vendicativo colosso sovietico, dovette inevitabilmente fare compromessi per mantenere la libertà. Girava la battuta, in quel periodo, che i membri dell’esecutivo non avrebbero mai detto nulla in pubblico senza prima consultare l’ambasciatore sovietico.
Ed in effetti in cambio della libertà interna, la Finlandia dovette assumere un atteggiamento politico certamente non ostile all’URSS ed una forte integrazione della sua economia nel blocco orientale. Si usava dire in quel periodo in Occidente, allorché un paese perdeva una fetta di sovranità a favore dell’Unione Sovietica, che era stato “finlandizzato”. |